Il nuovo numero della rivista trimestrale Beccacce che Passione è in edicola e festeggia con voi l’inizio dell’anno. 96 pagine dedicate alla cinofilia venatoria, alla caccia alla beccaccia, alle attrezzature e ai prodotti che consentono di praticare al meglio la nostra passione.

Notizie sulla migrazione
Cento anni di dati dicono che la fenologia della migrazione della beccaccia è cambiata. È quanto emerge da un interessante articolo pubblicato su Hirundo, il periodico della Società ornitologica estone, che riassume i contenuti di un recente studio scientifico. La ricerca evidenzia quanto e come sia cambiata la migrazione della specie in relazione ai cambiamenti climatici. Su tutto, come spiegano Giovanni Giuliani e Valerio Nicolucci, rispettivamente presidente e membro della commissione scientifica del Club della Beccaccia, l’anticipo della migrazione prenuziale.

Dalla commissione scientifica di Fibec arriva, inoltre, il resoconto Ali d’Italia relativo alla stagione 2021/2022, che, come ogni anno, segue alla raccolta e all’analisi delle ali di beccaccia organizzata dalla Federazione italiana beccacciai per la determinazione dell’età e del relativo trend demografico della popolazione di Scolopax rusticola.

Un’efficace gestione della beccaccia
caccia alla beccaccia
@ David Stocchi
La terza conferenza internazionale sulla beccaccia (La beccaccia nel Mediterraneo), organizzata da Fanbpo e Fibec, ha messo un punto fermo su quanto attualmente serve per mettere in atto un’efficace gestione della specie. Studio, ricerca e attività di monitoraggio secondo protocolli internazionali e standardizzati sono imprescindibili. E, senza dubbio, è necessario che il prelievo venatorio continui a basarsi su seri criteri di sostenibilità in tutti i territori ove la specie è presente.

La coordinatrice editoriale di Beccacce che Passione, Viviana Bertocchi, che ha moderato l’evento, firma l’articolo che sintetizza quanto discusso nel corso della conferenza. In primis è stata sottolineata l’importanza dell’attività di monitoraggio della beccaccia con l’ausilio del cane da ferma, cosa che determina anche importanti risvolti per l’attività cinofila e cinotecnica.

Beccacce sotto osservazione
E proprio il monitoraggio faunistico con il cane da ferma è il focus dell’articolo firmato da Eleonora Vignato, che dettaglia e spiega quanto previsto da Ispra nel Protocollo nazionale per il monitoraggio della beccaccia nelle aree di svernamento mediante cane da ferma, aggiornato nel 2018. […]

(CONTINUA QUI)

Una piccola storia.
Ho letto un articolo che la riguardava, ed era definita con queste parole.
Una piccola storia.

Non c’era nulla di irrispettoso o irriverente nelle parole del giornalista. Ma chi è nato e cresciuto tra cielo e terra e che, in più, vada a caccia, ha capito quanto di tutto questo sia venuto a mancare in quella piccola storia.

 

La piccola, immensa, storia è quella di Nello.
Agricoltore e cacciatore di settantacinque anni, che viveva nelle colline di Fermo. Zona duramente colpita dal terremoto degli ultimi giorni. Al punto che la sua casa era divenuta inagibile e Nello costretto a lasciarla.
Vita sola, semplice, scandita dal ritmo naturale del tempo, dal rincorrersi incessante delle stagioni, Nello non conosceva altri dettami se non quelli che la natura, nella sua severa chiarezza, gli imponeva.
Così quando si è trovato costretto a passare le notti nell’ hotel a cui era stato destinato, lui ha pensato che non fosse vita. Che non valesse più la pena viverla. Ha detto che andava a colombacci, a caccia. E poi ha spento la sua angoscia sotto il mento, tra un grilletto, il bosco d’autunno e la paura.

Nessuno di noi conosceva Nello. Eppure, alla notizia, tutti noi cacciatori abbiamo sentito la pelle palpitare. Il cuore farsi bianco, liquido. E le mani spalancarsi a cercar nell’aria risposte da afferrare.

Una piccola storia. Tra le tante tragiche storie che le scosse hanno provocato negli ultimi tempi, quella di Nello che decide di non rimanere potrebbe sembrare una piccola storia, forse sì.

Ma. Per chi conosce. Per chi ha capito. Non può rimanere una piccola storia.
Togliersi la vita, non è una piccola storia.
Pesare quello che si sta vivendo e non ritenerlo più degno di essere chiamato vita. Trovare un coraggio, talmente bruciante, esaltante e disperato, da fare quel passo, l’ ultimo passo, l’ unico da cui non tornare.

Sarebbe bastato. Questo sarebbe già bastato. A renderla una piccola immensa storia di dolore. Se Nello non fosse stato cacciatore, sarebbe comunque bastato.

Ma Nello era cacciatore. E chissà perché la sua immagine sfocata, composta ad immaginazione, poiché sue foto non ne sono state mostrate, l’ho incastrata giusta in uno sfondo di silenzio. Dignitoso e schivo. Roccia scalfita.

Libero. Era libero. Ha continuato ad esserlo, a suo modo.

Nello viveva una vita solitaria, di quelle vite che ogni giorno ti fanno sedere al tavolo da solo, senza discussioni, senza parole, utili o vane che siano. E così il suo coricarsi. E poi l’alba. Un nuovo giorno. Solo. Con la terra ed il cielo. La casa che non trovi mai calda. Gli oggetti esattamente dove li hai lasciati, perchè nessun altro ci metterà le mani.

Lo immagino come in un romanzo d’appendice, sullo stipite della porta, il cane seduto accanto. Immagino stivali messi ad asciugare ed una cacciatora con le tasche scucite.

Sono romanticamente realista: Nello non era trasandato, ma quando a vivere sei da solo, e nessuno ti corregge le sbavature, tu alle sbavature non badi più.

Non è mai del tutto felice una vita da soli, qualsiasi cosa se ne dica. Ti costringe ad inspessire l’anima, per sopravviverle senza angoscia. E piano piano, sempre più, scivolerai nella ricerca di una compagnia che non sia mai un’ invasione, che non comporti cambiamento, che non si intrometta tra te e la tua solitudine.
Ti indurisce essere solo.
Sempre meno saranno le affinità che riuscirai a trovare negli altri e sempre più ti proteggerai dal contagio di quelli che potrebbero additare le tue sbavature. L’ unica, l’ unica che davvero senti ti accolga e non ti giudichi, non ti sia avversa anche quando è ostile, rimane la natura.

Ma Nello, ora,  deve essersi sentito tradito anche da lei.

Quando lo ha costretto a lasciare la sua casa. Maledetta.

 

Quanto gli devono essere sembrate sfacciate e volgari le luci dell’hotel. Quanto riguardo deve aver provato nel toccare oggetti non suoi. Quanto estranei devono essergli sembrati il rumore degli ascensori e i chiacchiericci in corridoio. Chissà, a torto, quanta dignità credeva di aver perso a non abitare più la sua casa sui colli, dove anche gli scricchiolii di corteccia gli erano familiari.

Non è il bosco a far paura. Non ad un cacciatore. Nemmeno quando è notte, e la notte stessa sembra dormire ai piedi degli alberi, che non sono che graffi scuri contro il cielo cobalto.
E non un rumore, nemmeno le foglie osano cadere, nemmeno le gocce si lasciano scivolare. Solo il respiro e le ginocchia che frusciano. Poi un colpo d’ali e la foschia si fa più rada, le foglie tornano a mormorare e tutto attorno è un canto di legno e piume.

Immagino anche Nello così. Potente e padrone del mondo. I suoi piedi radici.

Chiunque dica che invece di andare a caccia si potrebbe provare lo stesso misto di emozioni, passeggiando, non può capire. E non si può spiegare, aveva ragione Wilbur Smith: sarebbe spiegare i colori ad un cieco.
Ma io ci provo lo stesso.
Lo faccio per Nello, per ognuno di noi che sente di vestire i colori del suo tramonto.

Essere cacciatore in un bosco, toglie quella sensazione di guardare da una vetrina. Di essere un estraneo senza possibilità di comunicare. Il cacciatore è del bosco. E’ nel bosco. Si fa anch’egli bosco. E per quanto pesante, vecchio o goffo potrebbe mai essere o diventare, tra i rami e le rocce è e rimarrà china che scorre dal pennino.

Poi arriverà la sera. Di un giorno o della vita. Una folata di vento di tramontana ed il bavero si alza. Gli ultimi voli contro il cielo che imbrunisce. Il passo che non accelera, rientrando a casa, mentre gli occhi, lucidi per il fresco ed il buio brillano di malinconia e giornate terminate.

Il più libero e potente al mondo.

E Nello, lontano dalla sua casa nel bosco, sentiva che non lo poteva essere più.

 

A volte serve molto, molto buio per vedere le cose. Ma nel buio sarà facile riconoscere una lucciola. E una volta che la si vedrà brillare, quando gli occhi distingueranno la speranza, dietro di lei non si scorgerà niente altro che il pozzo nero in cui Nello era caduto, e servirà, anche, il coraggio per scegliere se guardare in faccia o di sbieco l’impotenza.
Se mettere il coperchio alla malinconia e non pensarci più.
O stare qui un po’ a scrivere di lui, pensando a tutti quegli uomini, liberi, tra i monti.

A cui il bosco tiene ora appoggiato il suo manto caldo.

Quando io ero bambina, e leggevo una favola, allo spaventoso incontro col lupo, venivo poi sempre rassicurata da un adulto.

“Di lupi in italia ormai non ce ne sono più.”

Era sempre questa la risposta che mi veniva data ed era vero: dagli anni settanta in poi il loro numero si era talmente abbassato, che diversi furono anche gli allarmi lanciati per il rischio della loro estinzione, dato che se ne contavano solo un centinaio sulle montagne abruzzesi.

Inutile dire che, diversamente da quanto accadeva per me, ai bambini di oggi non si può negare che il lupo ci sia. E non sono solo i bambini ad averne paura.

Siccome i numeri sono impressionanti, voglio darne un pochi.

Negli ultimissimi anni parliamo di quasi duemila esemplari, che si sono distribuiti in tutto il territorio italiano, dalla Calabria, gli Appennini, le colline toscane, alle Alpi fino a spostarsi oltre confine verso la Francia, la Svizzera e la Slovenia, ma la popolazione aumenta del trenta per cento annuo.

I nuclei familiari si compongono di tre elementi, minimo, fino a ai sei. Hanno un fortissimo rispetto della gerarchia, di senso di appartenenza al branco e del territorio del loro branco (area che varia dai 100 ai 250 km quadrati in base al tipo di area e ne fa quindi una specie stanziale), e non accettano che queste regole vengano violate, soprattutto dagli appartenenti altri branchi.

Si spostano la notte, a velocità anche piuttosto sostenute e riescono a percorrere fino a venti o trenta chilometri, sempre in fila indiana (non ci si confonda se si contano orme che sembrerebbero appartenere ad un solo esemplare: quelli che seguono il primo, per risparmiare energie negli spostamenti, infilano le zampe con una precisione millimetrica nelle orme del capofila, e solo nelle curve ci si può accorgere veramente di quante siano le impronte!).

 

Il lupo è un predatore famelico nelle fiabe, ma anche nella realtà, divenendo un vera piaga all’interno delle greggi e degli allevamenti,nelle aziende faunistiche, dove cinghiali e caprioli vengono sbranati, ed arrivando ad attaccare anche cavalli, con danni consistenti a cui le regioni hanno cercato di rispondere (non esiste una legislazione nazionale sul tema) con una sorta di tariffario di risarcimento, in base al capo sottratto e dopo aver attribuito la paternità del malfatto al lupo, anche grazie a progetti come il Life Wolfnet.

 

Tutto molto bello. Tutto molto tecnico. Tutto molto condito di buonismo, molto spesso.

Sì perchè anche io subisco il fascino antichissimo del ritorno del lupo, del suo essere un predatore ancora misterioso e della paura millenaria che lo accompagna.

La verità è che il lupo è tornato ma se, dal punto di vista ecologico, sembrerebbe solo una buona notizia, in realtà non è proprio così.

Il lupo è tornato perchè i boschi nel dopoguerra coprivano solo il 18% della superficie nazionale, mentre ora sono quasi il 40% (negli ultimissimi anni il bosco in Italia ha raggiunto l’estensione record di 11 milioni di ettari), e questo a sua volta è dovuto al fatto che l’agricoltura e la pastorizia sono state abbandonate, e la popolazione ha preferito insediarsi nelle città, nei grossi centri abitati, così che cinghiali, caprioli, camosci, ecc… siano aumentati, indisturbati, in modo esponenziale, diventando un enorme sostentamento per i lupi, che non hanno più avuto alcuna difficoltà di sopravvivenza.

Nel 1971, inoltre, un decreto ministeriale li tolse dalle specie nocive , quindi non è più stato possibile ricorrere a nessuna operazione di contenimento.

Ed oggi la situazione è delicata. Perchè da una parte ci sono gli entusiasti del ritorno del lupo, che sono sostanzialmente quelli della città, dall’altra quelli che lo considerano un flagello, e sono gli allevatori, o più in generale coloro che vivono nella ruralità, e la devono difendere concretamente (troppo facile parlare di natura e di ambiente, e non tenere curati i boschi!).

Per quello che riguarda i pascoli poi, meno pastori, la necessità di confinare gli animali da pascolo in spazi ristretti e di cercare di proteggerli la notte in recinti, così che per cercare di allontanare i lupi si ricorre a mute di cani da difesa che hanno però un rovescio della medaglia: la predazione dei nidi. Quindi meno covate,  voli,  coppie, condanna a morte della tipica avifauna montana e impoverimento delle reti ecologiche alle quali gli uccelli partecipano interagendo con gli insetti e le piante.
Tra le specie a rischio di estinzione, a causa della regressione del pastoralismo alpino e appenninico, vi è la Coturnice, la cui principale popolazione mondiale è in Italia.
Ma del resto cosa interesserà mai della biodiversità a chi gioisce del meticciamento del lupo appenninico con quello balcanico, baltico ecc.? Pur che il lupo avanzi, pur che l’ideologia lupista trionfi. Pur di far cessare le attività tradizionali e costringere all’abbandono delle montagna, all’attuazione di una “pulizia etnica” senza sporcarsi le mani. In nome di quella Natura che gli interessi economici che assecondano le ideologie animal-ambientaliste stanno sistematicamente avvelenando, depredando. (vi invito a leggere questo pezzo illuminante di Michele Corti, su quanto la presenza del lupo non assecondi, anzi sia solo nociva per la biodiversità alpina).

Io, ripeto, pur rimanendo affascinata dal ritorno del lupo, resto dalla parte di chi la terra la abita. Non credo basti dire di star tranquilli che tanto il lupo non attacca l’uomo, perché l’attacco al bestiame é comunque un attacco all’uomo, indiretto, in quanto lo mette in difficoltà economica. Ma, nello specifico, non è nemmeno vero che non ci sia pericolo diretto per l’ uomo, i bambini ed i cani di casa, dato che purtroppo dagli incroci dei lupi con i cani inselvatichiti, ne nascono degli ibridi con dei comportamenti anomali, diversi da quelli del lupo “originale”, che includono il non temere di avvicinarsi all’uomo.

Non credo poi, a tutela di tutti, sia giusto sottovalutare il sentimento di disagio e paura, alimentando dall’altra parte un’ esasperazione che sfocia nel bracconaggio incontrollato.

Non credo nemmeno, infine, si debba ricorrere a ricostituire un corpo come quello dei “lupari”, voluti addirittura da Carlo Magno, per difendere il Sacro Romano Impero, in tempi in cui i lupi erano minacciosi quanto un esercito nemico (…e anche questo mi va un attimino a smontare la teoria del lupo non pericoloso per l’ uomo…).

Ma penso che le persone vadano tutelate. Penso che vada tutelato il loro lavoro e i loro animali. Penso che il buonismo dilagante, debba lasciare posto a fatti concreti, compreso il contenimento dei lupi.

E magari, suggerisco, di far vivere una settimana, come degli allevatori o dei pastori, nelle zone più a rischio, tutti quelli che sostengono che sia solo necessaria una campagna di sensibilizzazione e di informazione per convivere con i lupi.

Poi ci facciano sapere quanto bene hanno dormito!

La difficoltà che mi ritrovo spesso ad affrontare quando si parla di caccia, dell’essere o diventare cacciatore, è scrollarsi di dosso l’immagine di barbari ignoranti.
Nel farlo sono costretta ad ammettere che, come in ogni categoria umana, esistono sì i casi, esistono sì tali elementi, e sono anche quelli che fanno più casini, lasciando dietro di loro i peggiori strascichi, facendo un gran male all’ambiente venatorio; il male non è tanto a livello di natura (sono personaggi solitari, che vengono bloccati e isolati dalla stessa comunità venatoria), quanto piuttosto per la grande risonanza nell’opinione pubblica e la distruzione di quanto, faticosamente, cerchiamo di costruire.

Nel mio ideale, questo progetto, “Un nuovo cacciatore,” questo stesso spazio su cui stai leggendo, pensato per formare nuovi cacciatori, questo stesso spazio su cui stai leggendo, vorrebbe riuscire a stimolare una visuale sana,  nuova, metterla in pratica e condividerla. Una visuale e un modo di pensare poetico, corretto, concreto, inclusivo sostenibile e di conservazione.

Una delle contestazioni più frequenti che ci sentiamo rivolgere è quando ci dichiariamo conservatori.

Io non sono una scienziata di mestiere, ma sono un’ambientalista nel cuore.
Alla fine di questo articolo ti dimostrerò che la scienza ci viene in aiuto come prova del nostro contributo alla biodiversità, ma intanto seguo il cuore.
Perchè sono cresciuta andando a caccia, tra i cacciatori. E se il mio mestiere è quello di scrivere e fare progetti, questo include per forza il fare ricerche.

Così, dopo aver cercato di leggere e capire quanto più possibile su questa materia, voglio essere chiara su quello che per me è conservazione e ciò che non lo è.

Perché quando un cacciatore dice di essere un conservatore, è perfettamente consapevole del senso che dà alla sua affermazione.

Ugualmente, un anticaccia è certo, al contrario, del non-senso della stessa affermazione.

Io ritengo che la verità stia nell’onestà e, come sempre, nel mezzo.

 

COSA SI CONSERVA E COSA NO?

L’animale a cui spariamo, è lampante, non si conserva.
Non in quanto essere vivente, ovviamente, ma il processo che segue la sua morte, è una trasformazione nobile, che va conosciuta, rispettata, per portarlo a diventare cibo, convivialità, famiglia e, in questo senso, di nuovo vita.

Ecco perché io odio e condanno le uccisioni fini a loro stesse, o l’esibizione di carnieri, senza umiltà. Né rispetto per la natura.

Quando vi ho parlato dell’ onorare la Terra, intendevo anche rispettarla attraverso ciò che ci dà: e a noi cacciatori, oltre a tutto il resto, dà selvaggina.

Non solo a noi, però. E da qui voglio iniziare: quanti non-cacciatori ci sono che la apprezzano a tavola?

Siamo sinceri: molti di questi amanti della cacciagione, o si dichiarano simpatizzanti della caccia, o non vogliono nemmeno sapere come sia finita sul loro piatto quella carne, immaginando chissà quali scenari di orrore e barbarie.

Posto che attraverso la macellazione, quindi al sangue, bisogna passare, non sarà certo ridurre tutto a questo che potrà spiegare e tradurre che la caccia non è distruzione, ma essere in grado di trasmettere alle persone il processo che ha portato a quella preziosa e ricercata pietanza,è la manifestazione di gratitudine più grande che possiamo fare alla caccia, alla natura, all’ambiente ed al mondo animale.

Non sbeffeggiandolo, deridendolo, umiliandolo: mai, nemmeno per scherzo.

Credete che io, o qualsiasi altro bambino/a sulla Terra, avrei potuto o potrebbe mai avvicinarsi alla caccia se si avvertisse una forma di inutilità in quell’abbattimento? Se fosse solo crudeltà?

Non è caccia quella.
Uccidere senza consapevolezza, senza uno scopo. Senza dargli un seguito.

Questo è quello che mantiene la conservazione, che mantiene l’equilibrio: il ciclo continuo, la trasformazione, il rendere onore.

In quest’ottica, ci sono numeri, ci sono criteri. Regole, tempi e luoghi. Anche quando (vorrei dire soprattutto) non sono dati dalla legge, scaturiscono nell’animo del vero cacciatore, del nobile cacciatore.

Il famoso “primo ambientalista”.

 

CONSERVARE OLTRE L’ANIMALE

Quello che i cacciatori fanno, che poco raccontano, o che (nella maggior parte dei casi) vorrebbero ancora di più poter fare, è conservare al di fuori dell’animale abbattuto e che poi trasformiamo in cibo, attorno ad esso: quindi preservare e conservare specie, habitat e biodiversità in generale.

Però, e qui dirò una cosa che potrebbe far storcere il naso a molti tecnici ed esperti -nel vero senso della parola- della materia faunistico-venatori-ambientale,  vorrei non fosse così noioso approfondirla per apprenderne le nozioni.

Se mi stanno leggendo, li prego di scusarmi e di cogliere nelle mie parole solo un suggerimento che li sproni ad inventare qualcosa, un metodo di diffusione, perché, chi non è del mestiere, non si senta intimorito (leggi: ebete) e si allontani a prescindere da questa che è, invece, la risorsa di conoscenza primaria per un ambientalista, e quindi anche per un cacciatore!

Abbiamo tutti bisogno di sapere.

Rendiamolo facile, rendiamolo divertente.

Passata la parte degli appelli ai tecnici e agli scienziati, quello che intendo è che i cacciatori hanno un grande potere nel muovere il braccio che circonda la natura, quello che la protegge e conserva.

E lo fanno anche oltre (o indipendentemente da) la effettiva conoscenza scientifico/tecnica, quanto piuttosto sulla base di una tradizione, di un tramando, di un istinto anche.

Proviamo a immaginare se tutti avessimo anche la base scientifica, se la potessimo spiegare e raccontare…

 

DETTO QUESTO: CHE COSA SIGNIFICA “CONSERVAZIONE”?

Potremmo definirla come l’atto di preservare, custodire e proteggere.
Se ci riferiamo al singolo animale abbattuto, ovvio che quello non è stato preservato, ma, come già ho detto, viene innescato e portato avanti un secondo processo di cura, rielaborazione e trasformazione.

Se parliamo in senso più ampio, dove la conservazione si riferisca alla protezione e alla conservazione della biodiversità, dell’ambiente e delle sue risorse naturali la caccia assume tutto un altro valore.

E qui aprirò la porta ad un’altra (spero costruttiva) polemica. Oggi va così.

Prima però voglio che siamo d’accordo su che cosa sia conservazione nella caccia, perchè se tu ritieni che consista nella semplice sopravvivenza di una specie, lasciando che, per dirla in modo semplicistico, “tutti vivano”, allora io e te siamo ancora molto lontani come visione della caccia e soprattutto, senza offesa (…oggi potrei farle girare a molti eh!?), per me sei ancora lontanissimo dal capire cosa significhi gestione ed ecosistema sano.
Potrebbero sorgere mille domande e dubbi in me, su molti argomenti, ma su questo no: questa non è conservazione, sia che a partecipare o meno a quella che tu chiami “sopravvivenza” contribuisca la scelta di cacciare.

E da qui mi sento, giusto per dare l’idea di ciò di cui sto parlando, di collegare esempi lampanti come quello dei lupi e degli storni.

Su quello del lupo, mi concentro in un post a parte, perchè è giusto che un giovane o chiunque non conosca la materia, capisca la differenza tra propaganda e conservazione, in particolare rispetto a questa specie.

Sugli storni, bastano poche parole  per far capire il controsenso di chi, sventolando la bandiera della protezione, sta promuovendo in realtà la distruzione.

Lo storno è una delle cento specie invasive più dannose al mondo.
Ma è allo stesso tempo anche protetta.

Impedendo di ricorrere (o per meglio dire ritornare) all’attività venatoria attraverso la deroga prevista nella stessa Direttiva Uccelli, non si è altro che il guscio di un ambientalismo ipocrita, vuoto delle più lapalissiane vicende e conseguenze che il sovrannumero di questa specie porta con sé: danni immensi all’agricoltura, diffusione di patologie infettive negli allevamenti, problemi nella sicurezza aerea, invivibilità per presa di guano in alcune città d’Italia,…

Negli altri Stati Europei, anche se lo storno non è presente tanto quanto in Italia, è stato comunque inserito come specie cacciabile… no che forse, insieme alla necessità di conservare una specie (nessuno li vuole eliminare o mettere in difficoltà come tali), abbiano la consapevolezza che preservare e conservare sono azioni che non possono essere a senso unico e vadano conservati e preservati soprattutto l’equilibrio e la coesistenza tra le specie di un ecosistema?

Ho fatto riferimento agli altri Stati Europei, a cui dovremmo essere vicini come legislazione, anche se sussistono enormi differenze. Quindi se già a livello europeo è difficile semplificare un concetto così ampio e complesso, risulta praticamente impossibile farlo a livello mondiale.

E’ innegabile anche gli occhi di un cacciatore, che ci siano cacce che andrebbero chiuse e il bracconaggio andrebbe impedito con ogni mezzo, ma in base alle leggi locali, alla cultura delle popolazioni ed ai loro bisogni, ci risulta nella maggior parte dei casi impossibile intervenire.

In Italia non abbiamo gli stessi problemi di bracconaggio, povertà estrema o il bisogno, per vivere, di cacciare selvaggina. Per questo è essenziale, quello che vi dicevo prima, l’onestà e la verità nel mezzo.

Saper cosa facciamo e cosa no.

E qui arriva quella risposta scientifica che ti dicevo all’inizio.

C’è qualcosa a livello europeo di davvero prezioso, ma che pochi cacciatori italiani, nonostante esista da qualche anno, conoscono: il MANIFESTO PER LA BIODIVERSITA’ DI FACE.
Cliccando  sul nome vi ho messo il link diretto alla pagina, ma essendo in inglese e veramente ricco di contenuti, vorrei facilitarti la cosa riassumendoti qui i punti salienti, quelli che secondo me dovresti usare per rispondere a chi ti dice che i cacciatori distruggono la natura, che non la rispettano, preservano e conservano.

  • COS’E’ FACE: è un’organizzazione internazionale che rappresenta attivamente gli oltre 7 milioni di cacciatori europei, proteggendone i valori e gli interessi, e promulgandoli.
  • COS’ E’ IL MANIFESTO PER LA BIODIVERSITA’: hai presente quando dicono a te che i cacciatori distruggono e basta, che non è vero agiscono attivamente per il territorio, l’ambiente, gli habitat, la biodiversità, gli animali,… ecc.?
    Ecco, FACE si ritrovava a dover combattere le stesse obiezioni anche ai “tavoli che decidono”, così ha pensato bene che ci volessero delle prove.
    Tipo: “toh!, ti sbatto in faccia quello che fanno davvero i cacciatori”.

E quello che gli sbattono in faccia proprio questo manifesto: la prova di quello che i cacciatori europei fanno per la biodiversità.

  • 485 progetti (ad oggi) legati alla caccia e destinata alla conservazione della biodiversità.
  • 8 macro categorie di interesse a cui questi progetti appartengono (ripristino degli habitat, mammiferi, uccelli, grandi carnivori, aree protette, specie invasive, educazione alla natura e salute animale)
  • ogni anno viene presentato un report con statistiche e casi studio che dimostrano il beneficio apportato dall’attività dei cacciatori europei attraverso i loro progetti alla biodiversità

Il nuovo cacciatore, quello che ti auguro di essere è un cacciatore consapevole.

Che non negherà che un capo di selvaggina è un animale morto.

Che saprà che niente deve essere sprecato e vanificato, di quel dono che la natura ci ha concesso.

Che proprio perché è Lei, la Natura, il nostro stesso stesso habitat, lo proteggiamo, difendiamo e conserviamo.

E che, quando serve, ci sono pure i numeri e documenti che lo provano (questa è la parte che piace meno anche a me, che son romantica come Te, nobile Cacciatore, ma è necessaria per difenderci e per trasmettere il nostro messaggio).

 

Con umiltà e passione, per appassionarti.

Eleonora