Nello, il cacciatore che si e’ tolto la vita
Una piccola storia.
Ho letto un articolo che la riguardava, ed era definita con queste parole.
Una piccola storia.
Non c’era nulla di irrispettoso o irriverente nelle parole del giornalista. Ma chi è nato e cresciuto tra cielo e terra e che, in più, vada a caccia, ha capito quanto di tutto questo sia venuto a mancare in quella piccola storia.
La piccola, immensa, storia è quella di Nello.
Agricoltore e cacciatore di settantacinque anni, che viveva nelle colline di Fermo. Zona duramente colpita dal terremoto degli ultimi giorni. Al punto che la sua casa era divenuta inagibile e Nello costretto a lasciarla.
Vita sola, semplice, scandita dal ritmo naturale del tempo, dal rincorrersi incessante delle stagioni, Nello non conosceva altri dettami se non quelli che la natura, nella sua severa chiarezza, gli imponeva.
Così quando si è trovato costretto a passare le notti nell’ hotel a cui era stato destinato, lui ha pensato che non fosse vita. Che non valesse più la pena viverla. Ha detto che andava a colombacci, a caccia. E poi ha spento la sua angoscia sotto il mento, tra un grilletto, il bosco d’autunno e la paura.
Nessuno di noi conosceva Nello. Eppure, alla notizia, tutti noi cacciatori abbiamo sentito la pelle palpitare. Il cuore farsi bianco, liquido. E le mani spalancarsi a cercar nell’aria risposte da afferrare.
Una piccola storia. Tra le tante tragiche storie che le scosse hanno provocato negli ultimi tempi, quella di Nello che decide di non rimanere potrebbe sembrare una piccola storia, forse sì.
Ma. Per chi conosce. Per chi ha capito. Non può rimanere una piccola storia.
Togliersi la vita, non è una piccola storia.
Pesare quello che si sta vivendo e non ritenerlo più degno di essere chiamato vita. Trovare un coraggio, talmente bruciante, esaltante e disperato, da fare quel passo, l’ ultimo passo, l’ unico da cui non tornare.
Sarebbe bastato. Questo sarebbe già bastato. A renderla una piccola immensa storia di dolore. Se Nello non fosse stato cacciatore, sarebbe comunque bastato.
Ma Nello era cacciatore. E chissà perché la sua immagine sfocata, composta ad immaginazione, poiché sue foto non ne sono state mostrate, l’ho incastrata giusta in uno sfondo di silenzio. Dignitoso e schivo. Roccia scalfita.
Libero. Era libero. Ha continuato ad esserlo, a suo modo.
Nello viveva una vita solitaria, di quelle vite che ogni giorno ti fanno sedere al tavolo da solo, senza discussioni, senza parole, utili o vane che siano. E così il suo coricarsi. E poi l’alba. Un nuovo giorno. Solo. Con la terra ed il cielo. La casa che non trovi mai calda. Gli oggetti esattamente dove li hai lasciati, perchè nessun altro ci metterà le mani.
Lo immagino come in un romanzo d’appendice, sullo stipite della porta, il cane seduto accanto. Immagino stivali messi ad asciugare ed una cacciatora con le tasche scucite.
Sono romanticamente realista: Nello non era trasandato, ma quando a vivere sei da solo, e nessuno ti corregge le sbavature, tu alle sbavature non badi più.
Non è mai del tutto felice una vita da soli, qualsiasi cosa se ne dica. Ti costringe ad inspessire l’anima, per sopravviverle senza angoscia. E piano piano, sempre più, scivolerai nella ricerca di una compagnia che non sia mai un’ invasione, che non comporti cambiamento, che non si intrometta tra te e la tua solitudine.
Ti indurisce essere solo.
Sempre meno saranno le affinità che riuscirai a trovare negli altri e sempre più ti proteggerai dal contagio di quelli che potrebbero additare le tue sbavature. L’ unica, l’ unica che davvero senti ti accolga e non ti giudichi, non ti sia avversa anche quando è ostile, rimane la natura.
Ma Nello, ora, deve essersi sentito tradito anche da lei.
Quando lo ha costretto a lasciare la sua casa. Maledetta.
Quanto gli devono essere sembrate sfacciate e volgari le luci dell’hotel. Quanto riguardo deve aver provato nel toccare oggetti non suoi. Quanto estranei devono essergli sembrati il rumore degli ascensori e i chiacchiericci in corridoio. Chissà, a torto, quanta dignità credeva di aver perso a non abitare più la sua casa sui colli, dove anche gli scricchiolii di corteccia gli erano familiari.
Non è il bosco a far paura. Non ad un cacciatore. Nemmeno quando è notte, e la notte stessa sembra dormire ai piedi degli alberi, che non sono che graffi scuri contro il cielo cobalto.
E non un rumore, nemmeno le foglie osano cadere, nemmeno le gocce si lasciano scivolare. Solo il respiro e le ginocchia che frusciano. Poi un colpo d’ali e la foschia si fa più rada, le foglie tornano a mormorare e tutto attorno è un canto di legno e piume.
Immagino anche Nello così. Potente e padrone del mondo. I suoi piedi radici.
Chiunque dica che invece di andare a caccia si potrebbe provare lo stesso misto di emozioni, passeggiando, non può capire. E non si può spiegare, aveva ragione Wilbur Smith: sarebbe spiegare i colori ad un cieco.
Ma io ci provo lo stesso.
Lo faccio per Nello, per ognuno di noi che sente di vestire i colori del suo tramonto.
Essere cacciatore in un bosco, toglie quella sensazione di guardare da una vetrina. Di essere un estraneo senza possibilità di comunicare. Il cacciatore è del bosco. E’ nel bosco. Si fa anch’egli bosco. E per quanto pesante, vecchio o goffo potrebbe mai essere o diventare, tra i rami e le rocce è e rimarrà china che scorre dal pennino.
Poi arriverà la sera. Di un giorno o della vita. Una folata di vento di tramontana ed il bavero si alza. Gli ultimi voli contro il cielo che imbrunisce. Il passo che non accelera, rientrando a casa, mentre gli occhi, lucidi per il fresco ed il buio brillano di malinconia e giornate terminate.
Il più libero e potente al mondo.
E Nello, lontano dalla sua casa nel bosco, sentiva che non lo poteva essere più.
A volte serve molto, molto buio per vedere le cose. Ma nel buio sarà facile riconoscere una lucciola. E una volta che la si vedrà brillare, quando gli occhi distingueranno la speranza, dietro di lei non si scorgerà niente altro che il pozzo nero in cui Nello era caduto, e servirà, anche, il coraggio per scegliere se guardare in faccia o di sbieco l’impotenza.
Se mettere il coperchio alla malinconia e non pensarci più.
O stare qui un po’ a scrivere di lui, pensando a tutti quegli uomini, liberi, tra i monti.
A cui il bosco tiene ora appoggiato il suo manto caldo.




